domenica 23 novembre 2008

L'altra faccia di Oriana

Da un estratto dell’intervista che nel 1976 'RS USA' fece a Oriana Fallaci.
Di Jonathan Cott

Mi ha colpito che nella tua intervista con la signora Gandhi parlassi della «solitudine che opprime le donne impegnate a difendere il proprio destino». Ti riferivi al fatto che la signora Gandhi, come Golda Meir, ha dovuto sacrificare il suo matrimonio per la carriera, ma ho avuto l'impressione parlassi di te stessa.
«La prima differenze tra me e loro è che io non mi arrendo mai. La parola "matrimonio" per me significa resa, sacrificio, rimpianto. Non ho mai voluto sposarmi proprio per non fare quel sacrificio. Per me questa scelta è stata una vittoria. La solitudine a cuimi riferivo non è una solitudine fisica. Né lo era, ad esempio, per Indira Gandhi. Lo sanno tutti che all'epoca in cui l'ho intervistata non era affatto sola. Le piacciono gli uomini, grazie a Dio. Mi riferivo a una solitudine interiore determinata dal fatto di essere una donna. E una donna con delle responsabilità in un mondo di uomini. Quella solitudine, di cui spesso sono andata alla ricerca, per me rappresenta una vittoria. Siamo nel 1976. Se mi avessi fatto questa intervista nel 1974, nel 1973 o nel 1965 avrei probabilmente risposto in modo leggermente diverso. Simile in questo a una fotografia, un'intervista deve cristallizzare il momento in cui è stata fatta. Oggi ho a tal punto bisogno di quella solitudine - mi serve da stimolo intellettuale - che a volte avverto il bisogno fisico di restare da sola. Quando sto con il mio compagno ci sono momenti in cui ci sentiamo soffocare. Quando sono da sola non mi annoio mai, mentre mi accade più spesso quando sono con altri. E donne come Indira e Golda, che hanno avuto il fegato di accettare quella solitudine, sono quelle che hanno ottenuto qualcosa. La scelta della solitudine ha ancora più valore per donne come Golda e Indira che appartengono a un'altra epoca. Una persona della mia generazione, o chi è più giovane, desidera quella solitudine. Golda e Indira appartenevano a una generazione con una mentalità diversa da quella di oggi e per questo per loro il sacrificio è stato maggiore. Probabilmente ne hanno sofferto. Non so dire fino a che punto si siano sentite giustificate. In certi passaggi dell'intervista Golda piangeva. Quando parlava del marito sembrava provare rimpianto. Anche per me ci sono stati momenti difficili. In passato c'era ancora qualcosa dentro di me contro cui dovevo lottare, su cui fare chiarezza. Ma oggi me ne sono completamente liberata, il problema non esiste più. Quello che un tempo era considerato un sacrificio oggi rappresenta una conquista. Dobbiamo ringraziare le femministe per questo. E i giovani, sia uomini sia donne, ne sono profondamente consapevoli. Golda parla di "grande sacrificio" riferendosi alla famiglia persa. Per me, al contrario, la famiglia è la più grande maledizione che possa capitare a una persona».
Un atteggiamento poco italiano?

«Ti sorprenderà. Chi non conosce Matrimonio all'italiana? Oggi però in Italia ci si sposa sempre meno. Abbiamo regole fiscali assurde: due persone sposate che lavorano pagano più tasse di due single. Perciò si separano o divorziano. E non c'è niente di "romantico" o di "italiano" in questo. No, la famiglia, almeno dal punto di vista morale e psicologico, sta scomparendo in Italia, così come nel resto d'Europa».

Cosa la sostituirà?

«Liberi individui».

Nessuna forma di unione?

«Mi chiedi troppo. Se fossi in grado di risponderti avrei risolto il problema. Se tu mi chiedessi: "Il socialismo applicato finora non ha avuto successo. Il capitalismo non funziona. Cosa dovremmo fare?". Be', ti risponderei: "Mio caro, se sapessi dare una risposta a questa domanda, sarei un filosofo"».

Nell'introduzione all'intervista con Henry Kissinger c'è un passaggio in cui descrivi l'incontro e dici che vedendolo ti era immediatamente tornato alla mente un tuo vecchio professore «che si divertiva a spaventarmi guardandomi con aria ironica da dietro gli occhiali. Aveva perfino la stessa voce baritonale dell'insegnante, lo stesso modo di appoggiarsi alla sedia con il braccio destro penzoloni, di accavallare le gambe. La giacca inoltre era allacciata talmente stretta che sembrava i bottoni fossero sul punto di saltare da un momento all'altro». È in passaggi come questi che ho l'impressione tu riesca a guardare il mondo con tanta chiarezza proprio grazie alla tua capacità di ricordare. È una sensazione riscontrabile più facilmente nella migliore letteratura e nel cinema, quasi mai in un'intervista.

«Capisci ora perché è impossibile per me insegnare come fare queste interviste? Capisci ora che la loro caratteristica è il fatto che sia io a porre le domande? Kissinger sedeva su un'alta poltrona mentre io ero giù nel divano. Lui su, io giù, ed era come guardare... Manchinelli, era questo il nome del professore. Insegnava fisica e matematica. Era un bastardo che se ne stava seduto là in alto sul suo podio, come se fosse Dio, a giudicarci, invece di insegnare, e da lassù inveiva e ci rimproverava facendoci soffrire. Si accaniva in particolare su di me perché ero l'unica che gli teneva testa. Oh, a scuola ero terribile. Se qualcuno diceva qualcosa che ritenevo sbagliato non me ne restavo certo zitta. Perciò quando ho visto Kissinger seduto a quel modo - poveraccio, non lo faceva apposta, naturalmente, ma si limitava a comportarsi come suo solito - mi sono detta: "Oh, mio Dio. Ecco un altro Manchinelli" . Avevo fatto un'associazione tra due elementi, come sono abituata a fare. Ritorno spesso con gli esempi all'infanzia. Ma sai perché faccio questi raffronti? Non solo perché sorgono spontanei ma perché mi piace essere semplice quando scrivo. Voglio essere capita da mia madre quando parlo di politica. Come riuscire a farmi capire da mia madre? I miei lettori sono essenzialmente persone che non hanno frequentato l'università. Perciò, per essere chiara, mi rifaccio a eventi quotidiani. Così quando associo Kissinger a un vecchio e sgradevole professore, o Golda a mia madre, le persone capiscono. L'uso delle associazioni è naturale in me, ma è al contempo uno stratagemma. Ho iniziato a scrivere di politica solo recentemente; dal Vietnam in poi. Ma mi sono sempre interessata alla politica grazie alle mie origini familiari e alle mie esperienze. Ero una ragazzina di 15 anni quando durante la resistenza - membro di Giustizia e Libertà - parlai in pubblico per la prima volta in occasione di una manifestazione politica: "Popolo di Firenze, è una giovane compagna a parlarvi...". Insistevo con i miei editori: "Voglio scrivere di politica, intervistare uomini politici così come intervisto attori. Spesso la politica è trattata in modo noioso, per questo va affrontata diversamente". Ma non me lo hanno lasciato fare perché ero una donna (ecco ripresentarsi lo stesso problema). Solo dopo avere dimostrato di essere una buona corrispondente di guerra in Vietnam mi hanno consentito di fare interviste a politici, così come le avevo fatte ad astronauti, soldati e attori...».
Ciò che trovo più stimolante nel tuo lavoro è la scelta di schierarti dalla parte di chi è maltrattato e umiliato. Lo spieghi in modo commovente nell'introduzione del tuo libro: «Ho sempre considerato la disobbedienza nei confronti dei prepotenti come l'unico modo di onorare il miracolo di essere nata».

«È il socialismo. Essere socialisti, o volere la realizzazione del socialismo, non significa solo desiderare la redistribuzione della ricchezza. O almeno dovrebbe essere così, ma non funziona in questo modo nei cosiddetti paesi socialisti. E sicuramente nemmeno nei regimi capitalisti. Il socialismo per me significa molto altro. Una delle grandi vittorie è stata quello che noi chiamiamo lo spirito del socialismo, l'affermarsi di un senso di uguaglianza. Quando ero ragazza le differenze gerarchiche erano molto accentuate: l'insegnante e l'allievo, il ricco e il povero, il borghese e il proletario. In Europa esistono ancora, ma molto meno. Questo lo dobbiamo al socialismo. Per questo, per me socialismo è sinonimo di libertà. Il socialismo è libertà. Mentre lo dico immagino di essere un contadino del Chianti e di avere davanti a me un proprietario terriero. La mia fede nel socialismo e nella libertà mi obbligherebbe a guardarlo in questo modo (mi lancia uno sguardo scettico e impavido). Questo spirito è talmente radicato in me che quando intervisto qualcuno che ha potere, più ha potere - mi credi? - più lo intimidisco. E naturalmente questo atteggiamento si trasferisce mentalmente e tecnicamente nell'intervista. Li metto a nudo. Insinuo in loro il dubbio. È interessante notare che spesso l'intervistatore si sente in condizione di inferiorità. Si tratta di sfumature, dettagli difficili da spiegare. E questa sensazione aumenta se l'intervistato è una persona che ha potere. Se ti capitasse di osservare un intervistatore in una situazione del genere, noteresti un leggero tremolio nei suoi occhi e un mutamento di tono della voce. A me non accade mai. Mai. Sono sotto tensione, nervosa, preoccupata, e mi chiedo chi avrà la meglio in questo scontro, ma non provo nessun senso di inferiorità, nessuna paura. Quando qualcuno comincia a fare il superiore con me, divento pericolosa, cattiva».

Quale altro personaggio storico ti sarebbe piaciuto intervistare?

«Giulio Cesare, sicuramente. E l'imperatore Augusto, perché era un bastardo fascista. Un vero nazista. Insopportabile. E Cleopatra. Ahhh! Simpatica, che simpatica Cleopatra! E intelligente, sono certa fosse molto intelligente e avesse una enorme cultura».

credits: Rolling Stone Magazine

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